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mercoledì 24 settembre 2008

Isaia Sales vuota il sacco

Isaia Sales, ex primo consigliere di Bassolino per la programmazione dei fondi Ue, in un lungo articolo comparso domenica sul Corriere del Mezzogiorno non ce la fa più a rimanere nei continui compromessi e vuota il sacco denunciando che il fallimento della politica in campania è stata condizionata dai dazi pagati a Fassino, Rutelli, D'Alema e Veltroni. Ecco parte delle sue dichiarazioni ed il link dell'articolo:
E' inutile negarlo, non ce l'abbiamo fatta a migliorare strutturalmente la città di Napoli, non ce l'abbiamo fatta a trasformare la Regione in un'istituzione autorevole e competitiva nei confronti delle migliori esperienze regionali, non ce l'abbiamo fatta a far vincere un modello alternativo alla pratica discrezionale di governo, relegando la clientela a una eccezione e non a una prassi corrente e abituale, non ce l'abbiamo fatta a rendere la politica e i partiti strumenti di grandi passioni civili dopo la fine di quelle ideologiche.
Provo, dunque, a dire la mia sul perché ciò sia successo, e mi auguro che sia possibile un confronto civile. Ci sono fattori oggettivi e fattori soggettivi che determinano l'esito di un ciclo politico.
Comincio dai fattori oggettivi, precisando che li registro non come alibi o giustificazione, ma come concorso agli eventi del quindicennio in esame. A Napoli e in Campania spesso si ignorano le interconnessioni che sempre sono esistite, esistono ed esisteranno tra vicende politiche nazionali e la nostra realtà. Pensare che all'insuccesso del ciclo che si chiude in Campania non abbiano contribuito i livelli politici nazionali (sia di governo, sia di partito) è un atteggiamento a dir poco miope. Non dimentichiamo che grosso modo fino al 1997, cioè fino alla chiusura del primo mandato dei sindaci eletti con il nuovo sistema, il primo mandato di Bassolino ha goduto di una autonomia dalle coalizioni partitiche che ha giovato enormemente al cambiamento che la città conobbe. Poi, tutti i nostalgici del vecchio sistema politico si coalizzarono contro la stagione dei sindaci non per cancellarla (non ne avevano le condizioni) ma per depotenziarla. Così, se la prima sindacatura si accompagnò a una libertà ampia di azione nell'innovare prassi e strategie del governo locale, nella seconda si ridusse considerevolmente grazie al ritorno dei partiti come arbitri delle istituzioni locali.
Mi spiego meglio: È stato alto il prezzo che il centrosinistra campano ha dovuto pagare agli equilibri politici nazionali. Allearsi con De Mita e Mastella non è stata una scelta facile e indolore. Un'alleanza non del tutto naturale né obbligata, almeno nei termini in cui si è poi realizzata. In ogni caso non era all'orizzonte quando Bassolino divenne sindaco. Non dimentichiamo l'avversione di tanti di noi per il ribaltone che portò Mastella in Campania a rompere con Rastrelli e da lì allearsi con l'Ulivo nazionale. La giunta del ribaltone fu il prezzo che la Campania pagò per consentire a D'Alema e all'Ulivo di sopravvivere dopo la sfiducia di Rifondazione a Prodi. Da allora Mastella e il mastellismo fecero della Campania il luogo principale della loro forza nazionale. E quello che trattavano sui tavoli romani per mantenere la coalizione, lo pretendevano e lo riscuotevano in Campania. L'accordo perché l'Udeur ottenesse due assessori e la presidenza del consiglio regionale nel 2005 fu siglato a Roma con la firma di Fassino e Rutelli.
Si poteva essere innovatori e governare con Mastella? L'alleanza con De Mita era sicuramente più naturale (è diverso lo spessore politico e culturale), eppure non era nelle corde né di Bassolino né di De Mita: gli scontri del passato avevano segnato profondamente i rapporti tra i due. De Mita non avrebbe voluto Bassolino alla Regione e Bassolino avrebbe fatto a meno di un rapporto preferenziale. E all'inizio si provò ad avviare una collaborazione che non compromettesse una spinta riformatrice nel governo regionale a partire dalla sanità, dove era chiaro che senza un'opera decisa di sradicamento di prassi precedenti la «Regione nuova» non sarebbe mai decollata. Nella prima giunta dopo le elezioni del 2000 non fu riconosciuto a De Mita lo «ius» di nominare l'assessore alla Sanità, e allora il leader di Nusco aprì subito la crisi, ritirò i suoi assessori, e da Roma cominciò una martellante opera di convincimento per accontentare De Mita da parte dei vertici dei Ds (a partire da Veltroni) e di tutto il governo dell'Ulivo. Era evidente per loro che con De Mita all'opposizione in Campania non sarebbe stato possibile dare vita alla Margherita, premessa per la nascita poi del Partito Democratico.
Bassolino, con la volontà di liberare la sanità da un controllo asfissiante dei vecchi notabilati, era additato in quel periodo a Roma come chi stava compromettendo la vittoria dell'Ulivo alle successive elezioni politiche. Bassolino cedette. Quanti sostenitori accaniti allora delle ragioni di De Mita ho sentito poi criticare aspramente Bassolino per lo stato della sanità in Campania. Ma che si pensava, che De Mita richiedeva un suo uomo alla sanità per fare opere di misericordia? L'alleanza con De Mita e con Mastella ha indubbiamente depotenziato la carica innovativa di Bassolino o almeno ha interrotto la spinta propulsiva al cambiamento che era stato capace di trasmettere al Comune di Napoli. Poi qualcuno ha suggerito al presidente della Regione che almeno bisognava competere sullo stesso livello per il controllo del potere sanitario, senza lasciarlo solo nelle mani degli uomini della Margherita. Ed è stato un errore ancora più grave e imperdonabile. Molti sacrifici, nessun apprezzamento. Dunque, al centrosinistra vittorioso in Campania è stato chiesto di contribuire agli equilibri nazionali senza minimamente preoccuparsi delle conseguenze che ciò avrebbe avuto sul buon governo. Ora, uno pensa che se ci si sacrifica per gli equilibri nazionali, ci sarà almeno un apprezzamento. Macché. Gli stessi che avevano spinto, pressato, pregato ossessivamente per un accordo in Campania, appena ottenutolo hanno ripagato con disprezzo, fastidio, lontananza. E così, paradossalmente, più si contribuiva alla tenuta degli equilibri dell'Ulivo e del Partito Democratico, più aumentava il distacco dalla politica nazionale, e tutto ciò molto prima della vicenda dei rifiuti. Troppo smaccata l'ingratitudine di una generazione di dirigenti dell'Ulivo e del Partito Democratico che avevano costretto a quelle alleanze e poi ne disprezzavano gli esiti, come se loro non c'entrassero nulla.
Anche nella vicenda dei rifiuti il nesso con le politica nazionale è stato del tutto evidente e disastroso per l'attuale governo regionale. Era palese, nel pieno della crisi scoppiata nel 2007 (e al di là delle evidenti responsabilità del Commissariato), che bastavano in quel momento poche e chiare decisioni del Governo nazionale per ottenere quei risultati che Berlusconi ha ottenuto appena un anno dopo. Ma il peso che i Verdi e Rifondazione avevano nel Governo Prodi era così condizionante da impedire decisioni che tutti sapevano necessarie per trovare una via d'uscita dalla crisi. Si è alla fine scelto (non so quanto consapevolmente, in ogni caso irresponsabilmente) l'acuirsi della crisi dei rifiuti in Campania pur di garantire la stabilità della coalizione governativa nazionale. La assoluta lontananza e ignoranza del problema fu drammaticamente svelata dal sottosegretario alla presidenza Enrico Letta, che in televisione a gennaio 2008, di fronte alle montagne di rifiuti per strada, dichiarò che in due giorni il Governo avrebbe risolto il problema.
Veniamo, ora, agli elementi soggettivi, cioè ai limiti di Bassolino. Si poteva gestire l'alleanza con De Mita e Mastella senza farla degenerare in un sistema di potere? Si poteva gestire la crisi dei rifiuti con un'azione più incisiva del Commissariato? Si poteva portare in Regione la stessa spinta innovativa della primo mandato a Napoli, anche in presenza di un ritorno prepotente dei partiti? Certo che si poteva. E perché, invece, è andata diversamente? In fondo Bassolino ha sempre pensato che la sua esperienza di governo locale fosse solo una parentesi. Che prima o poi sarebbe tornato alla politica nazionale, e in particolare a un ruolo guida nel suo partito. Capì nel 1992 che una fase storica si era chiusa e che la possibilità di un nuovo inizio, di una rilegittimazione della politica passava per il governo locale. Fu quasi l'unico del gruppo dirigente dell'ex Pci a comprenderlo. Gli altri restarono a Roma, convinti che la politica romana, senza sporcarsi con il governo locale, li avrebbe salvati. E alla fine hanno avuto ragione. Ancora oggi nella politica italiana, e soprattutto nel Partito Democratico, rivestono funzioni importanti persone che non sono mai state consiglieri comunali e non conoscono neanche lontanamente il fascino e il rischio del governo locale, soprattutto al Sud.
Della generazione di Bassolino, solo Veltroni e Cofferati qualche anno dopo si sono misurati con la guida di una grande città. Bassolino alla fine ha ceduto a De Mita, a Mastella, a Pecoraro Scanio perché non voleva tagliarsi i ponti con la politica nazionale, anche quando essa per il raggiungimento di suoi equilibri comprometteva un'identità riformatrice. Non ha voluto mai essere fino in fondo un amministratore che parla alla politica nazionale solo per le cose positive che realizza a livello locale. In questo caso, avrebbe avuto più forza e più potere contrattuale con i suoi stessi alleati. L'ossessione del ritorno sulla scena nazionale ne ha depotenziato con gli anni la sua carica innovativa a livello locale.
In secondo luogo, non ha mai amato la Regione come istituzione e non l'ha mai capita fino in fondo, non si è mai appassionato completamente ai suoi problemi. L'ha considerata come un prolungamento della sua esperienza di sindaco di Napoli, non come un'istituzione del tutto «originale» e rispondente a obiettivi e a modalità di esercizio del governo profondamente diversi da un grande Comune. Ha continuato a sentirsi sindaco e non governatore. Insomma, ha mostrato gli stessi limiti della classe dirigente di Napoli, che guarda ancora alla metropoli partenopea come città-mondo e non sa vederla come città-regione, avvertendo la funzione regionale come una diminuzione e non come una sua necessità. Mettersi quotidianamente a contrastare una gestione inaccettabile, per qualsiasi riformatore, della sanità o del ciclo delle acque e della depurazione non era nelle sue corde, soprattutto perché non consapevole di quanto questi settori siano fondamentali per la vita quotidiana dei cittadini campani. In fondo ha sempre pensato di aver «già dato» dopo l'esperienza di sindaco di Napoli, e che lo si candidava alla Regione perché non gli si voleva riconoscere un ruolo a Roma nella politica nazionale. E a un certo punto ha ritenuto, quasi fatalisticamente, che non si potesse modificare la situazione, e non solo si è «acquietato» ma ha nei fatti considerato il governo regionale come la somma di singoli assessorati ciascuno autonomo e rispondente al partito designante. E si sa che nelle istituzioni quando il leader si acquieta comincia il regno della gestione, e si perdono via via tutti i riferimenti strategici e qualche volta anche quelli morali.
Ma il difetto più grande di Bassolino come amministratore è la convinzione che basta ideare una politica perché automaticamente si realizzi. Per lui l'ideazione contiene già in sé la realizzazione. Si è sempre disinteressato alla «manutenzione » delle idee, che nella vita amministrative vuol dire fatica quotidiana a metterle in atto, a schivare e a superare gli impedimenti, umani, politici o burocratici che si frappongono. Si capisce così il suo «continuismo» amministrativo nei vertici della macchina regionale e nei Commissariati, causa di tanti errori e problemi. Se come sindaco di Napoli l'ideazione di una politica aveva meno passaggi intermedi per la realizzazione, in Regione la cosa era completamente diversa, avendo a che fare con un'istituzione legislativa (e dunque con un ruolo più importante del Consiglio) che affida molte delle cose che vuole realizzare ad altre istituzioni. E il dramma è stato che anche alcune persone scelte da lui come collaboratori o come amministratori hanno avuto non solo i suoi stessi difetti ma li hanno anche accentuati. Molti dei «bassoliniani » credono che la capacità di governo consista solo nell'annuncio o nella mera gestione di un potere. In effetti, l'ideazione di una strategia è compito della politica e dei suoi leader. Quando si è al governo di un'istituzione si è prima di tutto amministratori, che anche in situazioni sfavorevoli non smarriscono mai le ragioni del proprio impegno. E, soprattutto, quando ci si sente «accerchiati » si ha l'obbligo di costruire, allevare, coltivare una classe dirigente allargata capace di lottare per i propri convincimenti e i propri valori anche in condizioni difficili. E questo Bassolino non lo ha fatto.
Ecco il link dell'articolo http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/campania/politica/articoli/2008/09_Settembre/22/sales_editoriale.shtml

5 commenti:

Anonimo ha detto...

Ormai parlare del centrosinistra è come sparare sulla croce rossa. Però, nonostante tutto, sono lì, fermi, inamovibili dalle loro poltrone. E continueranno a farlo perchè il Governo sta facendo bene ma la gente non lo percepisce: manca una comunicazione chiara e continua che faccia capire i "costi" ed i "benefici" di ogni azione di Governo e i miglioramenti rispetto a quanto analogamente fatto dal Governo di centrosinistra (e non sempre c'è, vedi lotta all'evasione con l'obbligo di pagamenti non in contanti che il Berlusca ha abolito, forse per compiacere gli industriali, gli importatori e i distributori all'ingrosso). Forza, i consulenti sono strapagati, facessero bene il loro dovere di comunicatori!
Claudio

Anonimo ha detto...

Non conosco la realtà campana, però credo che il vostro grave problema sia la collusione della politica con la camorra. D'altra parte la mentalità mafiosa fa parte oramai della nostra cultura. Per il potere siamo disposti a tutto, e se abbiamo delle necessità, non esitiamo a farci raccomandare, prevaricando altri.
Tutto questo far bene del governo attuale io non lo vedo. Anzi, credo che abbia agito malissimo, soprattutto nell'affare Alitalia. Anche sull'ici è stato una frana.
Non si puo' governare con la forza e la prepotenza, questo comportamento gran parte degli italiani non lo tollerano.
Per quanto riguarda i comunicatori, Berlusconi ne è il re. Se nn riesce lui a comunicare, vuol dire che il loro comportamento non è troppo...lecito.
Leandro rondo

nicola ha detto...

X Leandro.
Occorre qualche chiarimento:
Il governo, nell'affare Alitalia ha il duplice ruolo di cercare acquirenti e di mediare tra acquirente e sindacati (nove sigle).
Questo mestiere è stato fatto da Berlusconi (così come fu fatto da Prodi con Air France). E se Prodi non aveva responsabilità nel fallimento dell'accordo con Air France, nemmeno Berlusconi l'ha adesso. In campagna elettorale aveva detto che non era obbligatorio vendere Alitalia agli Stranieri perchè c'era un interesse da parte di imprenditori italiani, ed ha mantenuto la promessa. D'altronde il comportemento di Epifani non è una novità: quando mai Epifani ha firmato un rinnovo di contratto con i governi Brerlusconi? Mai, anche quando CISL e UIL firmavano.
Comunque, Leandro, l'articolo del post riportava che la politica fallimentare in Campania è stata causata dagli intrallazzi di potere gestiti fa Fassino, Rutelli, D'Alema e Veltroni, ribaltone compreso. Se a te sta bene, continua a credere agli asini che volano, ma, di fronte a tanta MALAPOLITICA non avere la spudoratezza di scrivere che è Berlusconi a governare con forza e prepotenza. Praticamente hanno distrutto la Campania.
Non penso che il duo Santoro Travaglio faranno mai una puntata di Annozero a questi intrallazzi da codice penale.
grazie per il tuo contributo

Anonimo ha detto...

x Nicola
Appunto, nove sigle, non solo 4 o 5
L.R.
E la MALAPOLITICA, viene da molto lontano, Veltroni & C., non ne sono sicuramente i capostipiti.
L.R.

nicola ha detto...

x L.R.
Non sono i capostipiti. ma sono alla stregua di tutti quanti.
La smettessero di vestire i panni dei moralizzatori.
ciao